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I bozzetti che
illustrano alcuni Proverbi, Modi di dire e Cantilene sono del
M.o Federico Tamburri |
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Indice: |
Prefazione
del Prof. Giuseppe Profeta |
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I proverbi e il dialetto
Presentazione dell'autore |
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1 - |
Proverbi
(N. 135) |
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2 - |
Modi di dire
(N. 63
- Pag. 2) |
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3 - |
CANTILENE (N.
19 - Pag. 2) |
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4 - |
VOCABOLARIETTO
(N. 432 vocaboli
- Pag. 2) |
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5 - |
ALCUNI TIPI ATRIANI
DEL NOSTRO RECENTE PASSATO (N. 4 poesie
- Pag. 3)
Questa parte del
libro fu originariamente esclusa dalla pubblicazione sul sito
perchè i “personaggi” ivi descritti dai divertenti versi di Don
Giuseppe sono noti solo nella città di Atri.
Successivamente, in seguito alle numerose richieste pervenute all'Autore, si è
deciso di pubblicare anche le spassose poesie dedicate a quattro
'protagonisti' della vita atriana di alcuni decenni fa, che
tanti nostri concittadini ricordano ancora con affetto.
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PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE
A distanza di pochi anni, si sono
esaurite le 1.000 copie pubblicate e ci siamo sentiti in dovere di
procedere ad una seconda edizione.
Il presente volume è più ricco del
precedente perchè presenta altri 35, fra detti e proverbi, in più e
150 vocaboli nuovi che arricchiscono il vocabolarietto.
Dedico questo lavoro al mio caro
fratello Mario, deceduto il 28 Agosto 2005. Egli, vero innamorato di
Atri, parlava volentieri il dialetto e si compiaceva di sfidare i suoi
amici proponendo loro dei termini ormai desueti e si divertiva quando
non riuscivano a renderli in lingua italiana. Egli mi ha aiutato molto
nella ricerca dei vocaboli e mi piace segnalare, con commozione, che
sul comodino, a fianco del suo letto, ho ritrovato il mio libro con
dentro delle pagine piene di termini dialettali che poi mi avrebbe
trasmesso per arricchire il vocabolarietto.
Grazie fratello, mio collaboratore.
L’Autore
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NOTA:
Al solo scopo di evidenziare la fonetica della vocale “
e ”
che nel dialetto atriano si pronuncia in svariati modi, ho pensato di
usare gli accenti nel modo seguente: l’accento circonflesso per
indicare la “ ê ” stretta, l’accento acuto per la “é ” aperta,
l’accento grave per la “ è ” muta accentata. E’ evidente che l’accento
grave verrà usato anche per tutte le altre accentazioni accessorie. La
"e" semplice, quando non funge da congiunzione, è sempre muta. |
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Li Pruvirbiije
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I Proverbi
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Quanta
sapiénze
tenêije li
‘ndeche
‘nghe tutte
li pruvirbiije
che ha
‘mmentate.
“L’apparenze
‘nganne,
lu vistete
nen fa lu
frate.
‘Ngarescete
férre
cà tinghe n’ache
da vênne.
E’ miije
l’ove huije
che la
gallène dumane.
Chije spare
‘nne attacche
spare ‘nne
ascioije.
Ije so come
lu setacce
coma me fì te
arefacce”.
Stu poche
cambiunarie
presentate
ce parle de
na storie
che ha
passate,
storie de ‘mmètie
e gelusèije,
de come la
‘ggénte
se
cumpurtêije
e la vete d’ogne
ijurne
se vevêije.
Ma la
saggêzze
‘nge
manghêije maije
pe areparà
vodde a vodde
pêne e guaije.
Atri, 13 febbraio 1986 |
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Quanta
sapienza
avevano gli antichi
con tutti i proverbi
da loro inventati:
“L’apparenza inganna,
l’abito
non fa il frate,
ferro, fatti più caro
perché ho un ago da vendere,
è meglio l’uovo oggi
che la gallina domani,
chi non lega la “spara”
non la scioglie,
sono come il setaccio,
come mi fai ti rifaccio”.
Questo scarso campionario
presentato
ci parla di una storia
che è passata.
Fatta di invidie e di gelosie,
di come si comportava
la gente
e come si viveva
la vita di ogni giorno.
La saggezza però
non mancava mai
per far fronte ogni volta
a pene e guai.
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1
-
PROVERBI
(n.135) |
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N. B.
La sottolineatura di una
parola o di una frase sta a significare che ad essa è collegato un
bozzetto illustrativo. Cliccare sul testo per aprire l'immagine. |
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Proverbio |
Traduzione |
Spiegazione |
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1- |
“A chije aspette, n’hêre
ije ne pare sétte” |
A chi aspetta, un'ora
glie ne sembrano sette. |
L'attesa è sempre pesante, sia se si
tratta di buone aspettative, sia se si attendono brutte notizie. Ecco
il motivo per cui il tempo non passa mai. Se si attendono cose buone
si è ansiosi, se invece si aspettano brutte notizie si vive
nell'angoscia e il tempo stenta a trascorrere. |
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2- |
“A la
Signêre che magnêije li pullastrelle ije venne vulèije de li pera
cotte”. |
Alla signora che
mangiava i pollastrelli venne voglia delle pere cotte. |
L'uomo, su questa terra, non è mai
soddisfatto di nulla e, qualche volta, non avendo da desiderare di
meglio, desidera quello che vi è di meno buono. |
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3- |
“A
paijàra vicchie 'nge manghe maije li sêrge
. |
Nel vecchio pagliaio non
mancano mai i topi. |
Quando le cose vanno di
traverso non mancano mai le circostanze che servano ad aggravare la
situazione. Proprio come nel povero e disadorno ripostiglio non
mancano questi animali che contribuiscono a rendere più evidente il
degrado. |
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4- |
“A
Sante vicchije ‘nze appicce ‘cchié cannèle”. |
A Santo vecchio non
si accendono più candele. |
Se questo era vero
nel passato, lo è ancora più oggi in cui si vive di “dipendenze” e di
favori. E’ evidente che chi comandava una volta ed ora non comanda più
non è tenuto nella stessa considerazione di prima. Oggi infatti non
può farci più quei favori che ci faceva quando era ancora in auge. Non
si deve dimenticare però che chi si è adoperato per il bene di tutti
merita ancora quel rispetto che gli è stato tributato quando era
responsabile della cosa pubblica. |
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5- |
“Appleche e fa sapêne”. |
Mettiti all’opera e
otterrai il risultato. |
La traduzione un po’ arbitraria della
frase dialettale è il significato vero del proverbio. Se non si
mettono bene le basi, non si riuscirà mai ad avere un risultato
soddisfacente. |
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6- |
“Attacche l’asene dova vò lu patrêne”. |
Lega l’asino
dove vuole il padrone. |
Se si dipende da
qualcuno è inutile fare dei ragionamenti superflui. Anche se si è
convinti che un certo modo di fare non corrisponde alla giusta norma,
se la volontà superiore non è favorevole, non serve recalcitrare e
dimostrare il contrario. Allora conviene fare come ci viene richiesto
anche se non ne siamo troppo convinti. |
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7- |
“Bardisce, hummene e murte ha simbre turte”. |
Bambini, uomini
e morti hanno sempre torto. |
E’ risaputo che i
bambini hanno sempre torto perché non sono in grado di difendersi e,
se qualche volta lo fanno, sono messi subito a tacere. La stessa cosa
avviene per gli uomini quando discutono in casa, è facile trovare
l’appiglio per dimostrare che quello che dicono o fanno è sbagliato,
per cui ha sempre ragione la moglie. I morti poi hanno sempre torto
perché non si possono più difendere, non ci sono più. Per questo
motivo si prendono tante colpe che non hanno mai commesso. Tanta gente
è scagionata da atrocità compiute perché chi avrebbe potuto
testimoniare non c’è più e le colpe vanno addossate a chi ormai non si
può più difendere. |
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8- |
“Cchiù t’abbisse
e ‘cchiù lu cule te se scopre”. |
Più ti abbassi e
più ti si scopre il sedere. |
Gli antichi erano
meno puritani di noi, ma più incisivi. Il proverbio che, in realtà, è
poco cristiano, vuol dire che più uno si disprezza, si umilia e più
c’è chi ne approfitta. Certo non somiglia all’altro:” l’albero più è
alto e più si inchina”. |
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9- |
“Chije aspétte, ‘Ddèije l’assétte”. |
Chi aspetta, Dio
l’assetta. |
Noi siamo ansiosi di
avere subito tutto quello che vogliamo, specie se siamo certi che si
tratta di un nostro diritto. Spesso, però, se noi riusciamo a moderare
la nostra ansia, possiamo avere dei risultati insperati. |
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10- |
“Chije càreche e scàreche nen perde maije témpe”. |
Chi carica e
scarica non perde mai tempo.
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Se tutti i lavori si
programmassero e venissero poi eseguiti secondo un ordine prestabilito
non si andrebbe incontro a lungaggini e ripensamenti. Alle volte
invece si assiste ad opere fatte e poi disfatte. Il proverbio, che è
abbastanza ironico, si riferisce ad operazioni di questo genere. |
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11-
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“Chije gere de
notte và ‘nghêndre a la morte”. |
Chi va in giro
di notte va incontro alla morte. |
Questo proverbio, di
moda molti anni fa, dopo un periodo di calma abbastanza lungo, è
tornato in auge in questi ultimi tempi. Una volta però erano
pochissimi quelli che giravano nelle ore notturne, oggi invece, il
numero dei nottambuli si è moltiplicato e, con esso, i rischi che sono
diventati anche più caratteristici. Una volta la causa prima degli
omicidi notturni e diurni era il vino. Oggi invece sono la droga, la
velocità, la spericolatezza le cause di una mortalità notturna sempre
più in aumento. |
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12- |
“Chije ha
‘mmassate ocche smasse cà se n’ha calate lu cile de lu fêrne”.
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Chi ha ammassato
che smassi perché se ne è crollato il cielo del forno. |
Una volta il pane si
faceva in casa e le donne confezionavano la pasta che poi veniva
portata al forno per essere cotta. La manipolazione della pasta
veniva detta “ammassare”. Il fornaio passava casa per casa per
avvertire quando bisognava iniziare tale operazione. Nel nostro caso
si immagina che il fornaio passi per avvertire che non se ne fa più
niente perché la volta del forno si è sprofondata. Il proverbio fa
riferimento a quando non si può portare a termine una faccenda perché
sono sopravvenuti dei fatti che ne impediscono il compimento. |
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13- |
“Chije ijoche a
lu lotte e spére de vênce, lasse li stracce e peije li cènce”. |
Chi gioca al
lotto e spera di vincere, lascia gli stracci e prende i cenci. |
Non mancano quelli
che, nella speranza di diventare miliardari, spendono nel gioco più di
quello che hanno e rimangono sul lastrico. Passano così da uno stato
di indigenza ad uno stato di miseria, aggravando la loro situazione
già molto precaria. L’unica sicurezza ci viene da un lavoro stabile e
sicuro. |
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14- |
“Chije l’arte
nen vò ‘mbarà, sberre o frate se ha da fa”. |
Chi non vuole
imparare un mestiere si deve fare o sbirro o frate. |
Si vede che una
volta le due categorie presentate dovevano essere più facilmente
raggiungibili dagli sfaticati o, peggio, dovevano essere tenute in
così poca considerazione che qualsiasi altro mestiere veniva ritenuto
più importante. |
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15- |
“Chije
magne prème, magne ‘ddu vodde”. |
Chi mangia
prima, mangia due volte. |
Come quando si fa la
conta, se esce un numero superiore di uno a quelli che partecipano, il
primo viene contato due volte, così, se uno mangia prima, può darsi
che, se ne avanza, possa mangiare una seconda volta: La morale del
proverbio è questa: iniziare sempre prima per trovarsi avvantaggiato. |
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16- |
“Chije negozie
cambe, chije fatèije crépe”. |
Chi negozia
campa, chi lavora crepa. |
Il lavoro manuale è
stato sempre considerato meno redditizio del commercio. Ecco il perché
di questo proverbio e il desiderio, specie nel passato, di poter
raggiungere il traguardo di un banco di vendita. Oggi non credo che
questo desiderio sia cos’ cogente come nel passato perché i
supermercati hanno inferto un colpo mancino ai piccoli commercianti
che spesso si sono visti costretti a chiudere l’attività. |
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17- |
“Chije nen po’
vatte sacche, vatte sacchêtte”. |
Chi non può
infierire sul sacco, infierisce sul sacchetto. |
Qualche volta ci si
vorrebbe vendicare o si vorrebbe colpire una persona dalla quale noi
riteniamo di essere stati danneggiati, ma è troppo in alto per cui, o
non ci si può arrivare, o si teme che le conseguenze potrebbero essere
ancora più gravi. Allora si cerca di colpire un suo dipendente, o un
suo famigliare, o una sua istituzione che non c’entrano proprio per
nulla. |
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18- |
“Chije péquere
se fa, lépe se le magne”. |
Chi si fa pecora
viene mangiato dal lupo. |
Nella vita bisogna
essere risoluti e consci delle proprie capacità. Chi si schernisce e
ha poca fiducia in se stesso, viene sopraffatto dai più furbi.
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19- |
“Chije
pò, fà a zumpètte, chije
no, se sta zètte”. |
Chi
ne è capace fa i salti, chi no sta zitto. |
Sembra che ci sia bisticcio tra il fare e il parlare, ma il
significato del proverbio è quanto mai chiaro: soltanto chi ha delle
capacità è in grado di mostrarle. |
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20- |
“Chije
se vésceche ‘nze annéghe”. |
Chi si agita non
annega. |
In mezzo al mare,
per non affogare, bisogna saper nuotare o, per lo meno, agitarsi
aspettando che qualcuno ti venga a salvare. Così è pure nella vita di
ogni uomo. Se non ci si dà da fare, se non ci si muove per riuscire ad
avere qualche occupazione o impiego, si corre il rischio di
soccombere. |
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21- |
“Chije se
vregugnò diijunò”. |
Chi ebbe
vergogna fece digiuno. |
Molte volte la
riservatezza porta brutte conseguenze. Se non si è un po’ sfacciati,
può succedere che si è defraudati anche di diritti sacrosanti. |
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22- |
“Chije spare
‘nne attacche, spare ‘nne ascioije”. |
Chi non lega la
“spare” non la scioglie. |
La “spare” o “lu
sparêne”, era un pezzo di stoffa grezza di cm. 80 x 80 circa, che,
foggiata a mò di ciambella, aveva lo scopo di sostenere sulla testa la
“conca” di rame con cui le donne casalinghe andavano a prendere
l’acqua alla fontana. La “spare”, però, aveva anche lo scopo,
riservato oggi alle buste di plastica, di contenere varie cose. Vi si
mettevano: farina, legumi, uova od altro, si legavano tra loro le
quattro cocche e così il tutto si poteva trasportare agevolmente. E’
evidente che si legava la “spare” anche per portare un dono e, chi lo
riceveva, slegava la “spare” per cui la interpretazione del proverbio
è molto semplice e ovvia: “chi vuole ricevere, deve dare” |
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23- |
“Chije te
bbattêzze te è cumbare”. |
Chi ti battezza
ti è compare. |
Il padrino è colui
che si prende cura spirituale del bambino che presenta al battesimo.
Fuori del particolare riferimento, il proverbio vuol dire: risponde di
te chi si interessa di te. |
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24- |
“Chije
té li quatrène fabbreche, chije nne té desêgne”. |
Chi ha i soldi
fabbrica, chi non ce li ha fa progetti. |
Per poter attuare un
qualsiasi progetto occorrono possibilità economiche, altrimenti ci si
deve limitare a sognare, senza poter realizzare nulla di concreto.
Senza mezzi materiali non si possono risolvere problemi pratici. |
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25- |
“Chije té
lu célle
‘mmane
e
‘nze
le spiême
‘nge
se aretrove
‘cchijé
‘nghe
‘lla
furtene”. |
Chi
ha l'uccello in mano e non lo spiuma non ci si ritrova più con quella
fortuna. |
Bisogna approfittare delle occasioni favorevoli che si presentano
perchè non ne potrebbero più capitare. Il proverbio è una versione
meno pagana del carpe diem latino. |
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26- |
“Coma
te prepìre lu ijacce te ce aggìcce”. |
Come ti prepari
il giaciglio ti ci sdrai. |
La formulazione
classica di questo proverbio è:”Il tuo futuro sarà come te lo vai
preparando”. E’ significativa però, nell’espressione dialettale, la
figurazione del letto sul quale ci sdraieremo e che sarà come ce lo
siamo preparato. |
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27- |
“Cunsèije de hélbe, destruziêne de gallène”. |
Convegni di
volpi, distruzione di galline. |
E’ risaputo che i
peggiori nemici delle galline sono le volpi. Nel nostro caso però il
discorso si fa più generico: quando si riuniscono certi consessi, c’è
sempre da temere che venga fuori qualche provvedimento che a qualcuno
può dispiacere. |
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28- |
“Cuscijìnze e
quatrène ‘nze sa chije le té”. |
Coscienza e
quattrini non si conosce chi ce li ha. |
La coscienza e i
soldi sono cose altamente riservate. La coscienza riguarda l’ambito
dello spirito e regola tutti i nostri comportamenti, rimane pertanto
nel segreto del cuore. I quattrini, poi, non si mettono tanto in
mostra per le molte implicazioni che ne possono derivare. Rimangono
perciò nascosti e sono difficilmente individuabili. |
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29- |
“Daije, daije,
daije, la cepêlle devente haije”. |
Dagli, dagli,
dagli, la cipolla diventa aglio. |
Non so se ai tempi
in cui è stato formulato questo proverbio l’aglio avesse una valenza
più grande della cipolla. Comunque, nel nostro caso, si vuole
sottintendere che, a furia di insistere, le cose possono essere
cambiate in meglio. Del resto, anche Gesù si rifaceva all’insistenza
per ottenere le grazie. |
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30- |
“Da la cocce vé
la tègne, da lu péte vé la magagne”. |
Dalla testa
viene la tigna, dal piede viene il malanno. |
I mali vengono dai
capi e dai sudditi. Molto spesso, però, sono peggiori le malvagità che
vengono commesse dai responsabili della cosa pubblica che non quelle
commesse dalla gente comune. Eppure i primi dovrebbero essere
inappuntabili, se è vero che l’esempio viene dall’alto. |
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31- |
“Dope che ha successe lu guàije la case s’arembièsce de cunsèije”.
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Dopo che è successo
il guaio la casa si riempie di consigli.
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Molte disgrazie si
potrebbero evitare se si fosse più prudenti e le cose si esaminassero
prima con maggiore attenzione. Purtroppo questo non avviene e, solo
dopo che è successo il fattaccio, si pensa a quello che si sarebbe
potuto fare. A questo punto molti sono prodighi di suggerimenti che
però si sono guardati bene di dare prima che le disavventure si
verificassero. |
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32- |
“Dope li cumbitte hésce li defitte”. |
Dopo i confetti
escono i difetti. |
Questo proverbio non
ha soltanto un riferimento matrimoniale, e cioè che, dopo il
matrimonio, viene fuori qualche magagna che si è celata prima, ma si
riferisce anche ad eventuali intoppi che possono insorgere dopo aver
concluso un affare a stipulato un accordo. |
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33- |
“Dova nen passe lu frêdde
nen passe manghe lu calle”. |
Dove non entra il
freddo, non entra neanche il caldo. |
Questa espressione
proverbiale diventa spesso un alibi per giustificare certe nostre
posizioni non sempre razionali. E’ forse un modo di difendersi da
atteggiamenti che vogliono forse emulare i beduini del deserto. |
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34- |
“Dova se magne ‘Ddèije ce
accumbagne”. |
Dove si mangia Dio
ci accompagna. |
Il mangiare è sempre
stata una delle attività più ricercate e più piacevoli per l’uomo. E’
evidente che però il proverbio non vuole riferirsi al solo mangiare,
ma ad ogni cosa da cui l’uomo può ricavare qualche utile o piacere. |
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35- |
“Dova sta tanta ghille ‘nze fà maije ijurne”. |
Dove stanno tanti
galli non si fa mai giorno. |
Quando sono in molti
ad avere responsabilità di comando e di direzione, spesso non si
riesce a risolvere le cose perchè gli ordini possono arrivare in modo
disordinato e forse anche contraddittorio per cui difficilmente vanno
a buon fine. |
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36- |
“E’
‘cchiù la spêse che la ‘mbrêse”. |
E’ più la spesa che
il ricavato. |
Molte volte, per
raggiungere dei risultati, si compiono tanti di quei sacrifici che non
ne vale la pena. E’ meglio non pretendere mai troppo, anche perchè,
spesso rincorriamo dei miraggi che si perdono poi nel nulla. |
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37- |
“E’
trèste chije nen té ninde, ma è ‘cchijù trèste chije nen té nisciéne”. |
E’ triste chi non ha
niente, ma è più triste chi non ha nessuno. |
Avere almeno il
necessario è sempre desiderato da tutti, per cui non avere il
sufficiente per vivere intristisce la persona. Ma non avere nessuno a
cui rivolgersi, sia esso parente o amico, intristisce ancora di più
perchè, la compagnia e l’amicizia, sono cose di cui l’uomo non può
fare a meno. |
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38- |
“Fà
béne e scurdete, fà male e pènsece”. |
Fa bene e
scordatene, fa male e pensaci. |
Questo proverbio
universale non poteva mancare nel corredo dei proverbi atriani. Del
bene che facciamo dobbiamo scordarci perchè c’è chi ce lo ricorderà a
suo tempo. Dobbiamo piuttosto pensare al male fatto per pararne le
conseguenze. |
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39- |
“Facce hìjnnere facce nore, ma l’asene vicchie porte la some”. |
Faccio generi faccio
nuore, ma è sempre il vecchio asino a portare il carico. |
Il proverbio
registra il lamento di un povero diavolo il quale dà in moglie le sue
figlie e dà in marito i suoi figli e spera di poter essere aiutato nei
lavori della campagna o dell’azienda e, invece tocca lavorare solo e
sempre a lui perchè gli altri se ne vanno per i fatti loro. |
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40- |
“Fèije de hatte surge acchiappe”. |
Il
figlio del gatto prende i topi. |
Ognuno si comporta come natura detta ed agisce come è nato per fare.
Come il gattino impara subito a prendere i topi, così anche noi
seguiamo il nostro istinto. |
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41- |
“Fiocche nen fa ghênne, tutte aiute a ijêgne”. |
Un fiocco non fa la
gonna, ma tutto aiuta ad aggiungere. |
La positività di
questo proverbio era molto sentita nel passato, quando si viveva in
una certa ristrettezza di mezzi ed allora si era portati a risparmiare
e a mettere da parte anche le minuzie. Oggi invece, nel pieno andazzo
della civiltà degli sprechi, questo modo di comportarsi è passato un
pò di moda. Comunque anche oggi conviene riconsiderare con serietà che
le grandi cose si raggiungono sommando insieme le piccole cose. |
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42- |
“Frèije lu pésce e guarde la hatte”. |
Friggi
il pesce e guarda il gatto. |
Il
consiglio che viene dato è molto saggio. Quando, infatti, si fanno
delle cose delicate e impegnative non bisogna mai perdere di vista
l'avversario che potrebbe approfittare di una nostra svista per trarne
il suo tornaconto. |
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43- |
“Genta trèste, ‘nnumenate e vèste”. |
La gente cattiva
appare appena se ne parla. |
Può accadere che
mentre stiamo parlando male di una persona, questa appaia
all’improvviso ed allora facciamo la battuta molto scherzosamente. |
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44- |
“Guaije ‘nghe la pale, morte nen vinghe maije”. |
Guai con la pala, ma
la morte non venga mai. |
La morte è stata
sempre considerata come un male irreparabile, con la morte infatti
finisce ogni nostra realtà terrena. Perciò si è stati sempre disposti
ad accettare qualunque malanno anche grave, pur di non incorrere nel
malanno irreparabile. Guai con la pala vuol significare: guai in
grande abbondanza. Tutto ciò però sarebbe sempre meno della morte. |
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45- |
“Ha
ijète a cercà grazie e ha truvate ijustèzie”. |
E’ andato a trovare
grazia e ha trovato giustizia. |
Alle volte succede
che, avendo sbagliato qualche cosa, si cerca di correre ai ripari
invocando pietà presso i responsabili, senonchè può accadere che,
nella circostanza, possano affiorare dei particolari che, invece di
favorire la soluzione, ne aggravi invece le conseguenze. |
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46- |
“Ije te dèce harre e tu
t’aggicce”. |
Io ti dico di andare
avanti e tu ti sdrai. |
“Harre”, era il
termine classico per incitare gli asini, in particolare, ad accelerare
il passo. Il proverbio si usava per incitare, sia l’operaio, sia il
garzone, quando il lavoro intrapreso non lo si portava a termine con
la voluta celerità. |
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47- |
“Ijétte la préte e annaschênne la mane”. |
Butta la pietra e
nasconde la mano. |
Ci sono alcuni i
quali buttano fuori dei giudizi che poi cercano di minimizzare
adducendo dei pretesti incongrui. Non hanno il coraggio di esprimere
pienamente il loro pensiero e allora cercano di nasconderlo facendo
supporre che si tratta di giudizi espressi dagli altri. |
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48- |
“L’acque che ‘nne ha piovete ‘n cile sta”. |
L’acqua che non è
piovuta sta ancora in cielo. |
Il proverbio deve
essere interpretato con criterio perchè non vuol dire con assolutezza
che quello che non è accaduto dovrà accadere, ma se qualcosa deve
avvenire e ritarda a realizzarsi, sicuramente accadrà. Nulla quindi
che dia corpo alla fatalità. |
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49- |
“L’arte de tate è mézze ‘mbarate”. |
L’arte del padre, in
parte, è imparata. |
E’ evidente che si
tratta di mestieri e non di professioni. A furia di stare assieme al
padre, il figlio del falegname, o dell’idraulico, o del muratore,
senza particolari insegnamenti acquisisce delle nozioni tali che gli
consentono di associarsi al padre nel lavoro. Non allo stesso modo e
con la stessa facilità, il figlio del medico, o dell’avvocato riesce
ad apprendere la professione paterna. |
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50- |
“La
bellêzze fène a la porte, la buntà fène a la morte”. |
La bellezza fino
alla porta, la bontà fino alla morte. |
Questo proverbio
molto ben comprensibile nel suo enunciato, è molto scaduto
d’importanza in questi nostri tempi di scollamento morale. Una volta
si teneva molto di più alla bellezza morale che a quella fisica, oggi
invece, la bontà viene spesso considerata dabbenaggine. |
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51- |
“La
cire se fréghe e la prucessiêne nen cammène”. |
La cera si consuma e
la processione non cammina. |
Molte volte
piuttosto che risolvere un problema con una certa sollecitudine, si
perde tempo in chiacchiere inutili. Il tempo passa, la situazione si
aggrava e si resta fermi forse perchè non si trova una soluzione
ottimale. |
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52- |
“La
gallène féte l’ove e lu galle strèlle”. |
La gallina fa l’uovo
e il gallo strilla. |
Quante volte succede
che chi fa opere egregie e se ne sta in disparte, viene surclassato
dal furbo che se ne serve per rivendicarne i meriti. Può darsi anche
che uno soffre e l’altro ne approfitta per prendersene il beneficio. |
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53- |
“La
hanghe manté la cianghe”. |
La mandibola
sostiene la gamba. |
Si tratta di uno di
quei proverbi che bisognerebbe lasciare così come sono enunciati
perchè qualsiasi traduzione li rovina. Il significato d’altronde è
molto semplice: se non ci si nutre a sufficienza non si ha la forza di
camminare. |
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54- |
“La
ijérva cattève nen more maije”. |
L’erba cattiva non
muore mai. |
Come i poveri, così
anche i cattivi li avremo sempre con noi. La cattiveria, se non nasce
con l’uomo, la si acquisisce nel corso della vita per tanti motivi tra
i più disparati. Come c’è sempre zizzania in mezzo al buon grano così
ci saranno sempre cattivi in mezzo ai buoni. |
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55- |
“La raije de la matène aremèttele pè la sêre e la raije de la sêre
arepénnele pè la matène”. |
La
rabbia del mattino rimettila per la sera e la rabbia della sera
rimettila per la mattina. |
E’
un
consiglio veramente cristiano quello di far decantare l'ira nel tempo.
Col passare delle ore, tutto si ridimensiona. |
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56- |
“La
rota hênte ‘nnè strèlle”. |
La ruota lubrificata
non cigola. |
Nel periodo di
tangentopoli che stiamo vivendo, questo proverbio è di grande
attualità. E’ notorio che quando un tizio deve ricevere un favore
offre una contropartita, grande o piccola che sia a seconda
dell’importanza del favore, questo perchè sia più agevole l’apertura
della “porta”. L’espressione proverbiale che ha secoli di vita ci fa
ben capire che tangentopoli è esistita da sempre. |
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57- |
“La
‘rrobbe de l’avarêne se le sfrésce lu sciampagnêne”. |
La roba dell’avaro
la sperpera il prodigo. |
Questo avviene
soprattutto quando un figlio spendaccione e sconsiderato dilapida in
breve il patrimonio che il padre ha accumulato in tanti anni di
fatiche e di sacrifici. Quando il denaro non lo si è guadagnato, non
lo si considera. Ognuno deve conoscere il costo del benessere per
apprezzarlo a sufficienza. |
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58- |
“La
‘rrobbe de lu ‘rriffe e ‘rraffe se ne va ‘nghe lu ‘zziffe e ‘zzaffe”. |
Il frutto
dell’intrallazzo se ne va con lo spreco. |
I termini
intraducibili del proverbio si capiscono facilmente nel contesto della
frase. Ciò che si conquista illecitamente altrettanto illecitamente si
consuma. Tutto ciò che non è frutto di lavoro dura poco. |
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59- |
“La
supérbije ijò a cavalle e arevènne a ‘ppéte”. |
La superbia andò a
cavallo e tornò a piedi. |
La superbia tende ad
amplificare le proprie capacità e a valorizzare impropriamente i
propri meriti. Il tutto però, dovrà essere sottoposto a verifica per
dimostrare se i fatti corrispondono alla verità. Allora veramente, se
si è esagerato, si correrà il rischio di fare una brutta figura. |
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60- |
“La
troppa cumbedénze fa perde la criànze”. |
La troppa confidenza
fa perdere la creanza. |
Essere democratici è
un fatto positivo perchè non ci si deve distaccare e allontanare dai
meno dotati. Qualche volta però c’è chi ne approfitta e dimentica che
ci sono dei limiti che non si devono oltrepassare e sono i limiti
determinati dall’educazione e dalle buone maniere. |
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61- |
“L’hìsene lèteche e li varèle se sfasce”. |
Gli asini litigano e
i barili si sfasciano. |
Quante volte
assistiamo a dei litigi che non giovano a nessuno e sono semplicemente
pretestuosi, però fan sempre male a qualcuno. Immaginate due genitori
che litigano tra di loro e le conseguenze che ne possono derivare ai
figli. |
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62- |
“L’hommene veziêse de tabbacche, va a l’imberne e se porte la pèppe”. |
L’uomo vizioso di
tabacco, và all’inferno e si porta la pipa. |
l proverbio vuol far
capire quanto sia forte lo stimolo che deriva dall’abitudine viziosa
perchè, in realtà, è più imperiosa la spinta verso il male che viene
dal vizio, che non la spinta verso il bene che viene dalla virtù. |
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63- |
“L’hosse vicchije acchênge la pignate”. |
L’osso vecchio
condisce la pentola. |
Chi ha una certa età
ha più esperienza degli altri e quindi i suoi giudizi sono più maturi
e più retti. Il giovane invece, anche se brillante, è più superficiale
e non sempre è capace di penetrare nell’intimo delle cose. Ecco allora
lo spirito del proverbio: la persona anziana, con la sua saggezza,
condisce tutte le esperienze della vita. |
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64- |
“L’ucchije de lu patrêne
‘ngrasse lu cavalle”. |
L’occhio del padrone
ingrassa il cavallo. |
Se si vuole che le
cose vadano bene ciascuno se le deve controllare personalmente. Le
“deleghe”, molte volte, si risolvono a favore dei “delegati”. |
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65- |
“Li
cucce rétte và simbre ‘n gere pè la case”. |
I cocci rotti vanno
sempre in giro per la casa. |
Il proverbio si usa
per chi, ormai anziano e mal ridotto per gli acciacchi sempre in
aumento, si lamenta perchè sente che ormai la vita sta per
abbandonarlo. Però, come i cocci che in casa sono più usurati vengono
trattati con più riguardo perchè non si rompano definitivamente, così
chi avverte difetti evidenti si cura più facilmente e campa più a
lungo. |
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66- |
“Li
guaije de la pignate le sà la cucchiare”. |
I guai della pentola
li conosce il mestolo. |
Quasi mai le
situazioni precarie di una famiglia trapelano al di fuori della casa.
Molto spesso vengono falsate. Solo chi vive all’interno riesce a
calcolarne la gravità nella sua interezza. |
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67- |
“Li
parinde è ‘ndé li scarpe, ‘cchiù è strètte e ‘cchiù fà dulè”. |
I
parenti sono come le scarpe, più sono stretti e più fanno male. |
Per
fortuna questo fenomeno non avviene con molta frequenza, però può
succedere che le più grosse delusioni possano essere procurate dalle
persone più care. |
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68- |
“Lu ‘cchiù pulète té la
rêgne”. |
Il più pulito ha la
rogna. |
La rogna è una
malattia della pelle molto fastidiosa. Per una curiosità posso
aggiungere che ha vari appellativi e, mi dicono, che in un ospedale
militare gli appellativi variavano a seconda del grado di chi ne era
colpito: per un soldato semplice, si trattava di rogna, per un
sottufficiale si trattava di scabbia, per un ufficiale invece, si
trattava di prurito alla pelle. Il proverbio vuol far risaltare che in
questo mondo tutti hanno un difetto, e la rogna sarebbe il meno grave. |
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69- |
“Lu
cotte sopra lu vullète”. |
Il cotto sul
bollito. |
Alcune volte ad una
disgrazia da cui si è stati colpiti vengono ad aggiungersene altre. Si
tratta di una catena che potrebbe essere spiegata col detto “una
ciliegia tira l’altra”. In questo caso la situazione si complica e
diventa sempre più grave. |
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70- |
“Lu
pianta grane ijétte la préte e annaschênne
la mane”. |
Il
piantagrane butta la pietra e nasconde la mano. |
Chi
vuol seminare zizzania cerca di fare di tutto per non farsene
accorgere. Cade allora a proposito questo proverbio che vuol farci
comprendere come il malvagio cerca di fare di tutto perchè nessuno se
ne accorga. |
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71- |
“Lu
rècche fa
‘ndà
vò, lu puverélle fa
‘ndà
pò”. |
Il
ricco fa come vuole, il povero fa come può. |
Il
proverbio è, purtroppo, di una evidenza solare. Chi ha tante
possibilità ha modo di scegliere, chi ne ha poche si deve accontentare
di quello che ha. D'altronde c'è l'altro detto che dice: Chi si
contenta gode. |
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72- |
“Lu
sangue se lagne, ma ‘nze magne”. |
Il sangue si lagna,
ma non si mangia. |
Il significato di
questo proverbio è molto sottile. Il consanguineo, è questo il senso
da dare a sangue, si lamenta se ha ricevuto qualche torto da qualche
suo parente, ma non mangia, non si vendica. E’ un pò la
volgarizzazione del ”cane non morde cane”. |
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73- |
“Lu
vene ‘bbone se vênne senza frasche”. |
Il vino buono si
vende senza frasca. |
Questo proverbio
dovrebbe essere una degna risposta alla nostra epoca in cui vige il
principio che la pubblicità è l’anima del commercio. La rèclame fa
vendere anche articoli meno buoni. Il prodotto, invece, si deve
affermare da sè. |
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74- |
“Lu
vove desse curnéte all’asene”. |
Il bue disse cornuto
all’asino. |
Ognuno di noi ha i
suoi difetti, ma non li vede perchè, come disse Esopo nella favola,
Giove ha posto i difetti nostri dietro le nostre spalle e i difetti
degli altri davanti. Allora succede che si attribuiscono agli altri le
manchevolezze che si riscontrano in noi. |
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75- |
“Màgnete ‘ssà menéstre o zùmpete ‘ssà fenéstre”. |
Mangiati quella minestra o salta quella finestra. |
Questa espressione era pronunciata quando si presentavano situazioni
che non consentivano alternative di sorta. O si fa così oppure avviene
l'irreparabile. E' evidente che minestra e finestra non hanno niente a
che vedere con il detto, ma si prestano molto bene per rendere
evidente la tragicità della situazione. |
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76- |
“Maije mazzate ha fatte bon cane”. |
Mai le percosse
hanno ben educato un cane. |
Spiegando un altro
proverbio abbiamo già parlato di una educazione imposta con le
punizioni corporali. Queste, piuttosto che educare, irritano il
soggetto che ne trae perciò più danni che benefici. |
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77- |
“Maije raije d’asene saijò ‘n Cile”. |
Mai raglio d’asino
salì in Cielo. |
In Cielo salgono le
preghiere e le invocazioni dei buoni e degli umili. Mai imprecazioni
ed invettive possono colpire Dio. Il proverbio si riferisce
soprattutto all’invocazione rivolta a Dio perchè faccia capitare
qualche male al prossimo. |
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78- |
“Matremunie e vescuvate da lu Cile è distenate”. |
Matrimoni e
vescovati sono destinati dal Cielo. |
Non so se questo
proverbio è stato sempre veritiero. In realtà, molti matrimoni, nel
passato, sono stati combinati in modo molto superficiale e, spesso,
anche artificioso. Oggi poi affiorano altre convenienze che escludono
senza meno l’intervento celeste. Per quel che riguarda poi la nomina a
Vescovo, spesso nel passato, si sono verificate situazioni poco
“celesti”, ed anche oggi qualche nomina sfugge al controllo del
“Cielo”. |
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79- |
“Mazze e panélle fà li fèije ‘bbélle”. |
Mazze e panini fanno
i figli belli. |
Questo proverbio
oggi non è più alla moda. I pedagogisti moderni, e non soltanto loro,
reagiscono, nonostante anche la Bibbia dica:”Non parcas virgae – non
risparmiare la verga”. Certo non bisogna esagerare, ma se qualche
ragazzo avesse ricevuto qualche punizione in più oggi forse non
sarebbe uno scapestrato o un drogato. |
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80- |
“Mbare l’arte e mèttele da parte”. |
Impara un mestiere e
mettilo da parte. |
Non si sa mai quello
che può succedere nella vita, per cui non è male, se si ha
l’occasione, imparare a fare qualcosa che al momento potrebbe non
servire. A un certo punto, può essere utile avere appreso ciò che si
riteneva superfluo, ma che sempre può servire. Male che vada, un hobby
o un secondo lavoro, possono essere molto distensivi nella vita. |
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81- |
“Me
sò ijète a fà la Crêce e me sò cacciate l’ucchije”. |
Mi sono fatto il
segno della Croce e mi sono cavato un occhio. |
Molte volte ci si
impegna con buona volontà per risolvere delle situazioni in senso
positivo, ma l’operazione non riesce, anzi può darsi che si complica
in modo grave. Le buone intenzioni non sempre riescono a far risolvere
i problemi. |
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82- |
“Mêije, marète e feije coma ‘Ddeije te le dà te le peije”. |
Moglie, marito e
figli come Dio te li da te li pigli. |
Una volta si era più
disposti a sopportare situazioni che venivano a verificarsi nella
vita, ora non più. Oggi, specialmente per quel che riguarda moglie e
marito, c’è chi risolve le cose al di fuori della volontà di Dio. |
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83- |
“Miije a magnà poche e stà vicène a lu foche”. |
Meglio mangiar poco
e stare vicino al fuoco. |
Certe volte, per
guadagnare di più, si accettano impegni di lavoro in località lontane
dalla propria casa. Non si pensa che forse si dovranno affrontare
maggiori spese e pericoli che frustreranno il maggior guadagno
auspicato. Ed allora la saggezza del proverbio ci invita a guadagnare
di meno e stare vicino a casa. |
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84- |
“Miije la morte dêntre a la case che nu Marchisciane arréte a la
porte”. |
Meglio la morte in
casa che un Marchigiano dietro la porta. |
Questo proverbio
risente sicuramente della tradizione storica e geografica che vedeva i
Marchigiani cittadini dello Stato Pontificio e gli Abruzzesi, invece,
di quello Borbonico. Forse c’era anche qualche attrito per la
diversità di carattere che poteva esserci tra gli abitanti delle due
regioni confinanti. |
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85- |
“Miije li pinne ‘n curène che li pinne dêntre la tène”. |
Meglio tenere i
panni al vento che non dentro il mastello. |
Si dice di
situazioni precarie in cui è meglio prendere delle decisioni poco
favorevoli piuttosto che andare incontro a risultati catastrofici.
Come appunto è meglio esporre i panni al rischio del vento che li può
portare via o sgualcire piuttosto che non vederli marcire nell’umidità
del mastello. |
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86- |
”Miije l’ove huije che la gallène dumane”. |
Meglio l’uovo oggi
che la gallina domani. |
Assicurarsi un
successo subito, anche se limitato, è sempre stata l’ambizione di
tutti. Chi ci assicura che, rinunciando al poco, sicuro, di oggi
otterremo il molto, incerto, di domani? E allora accontentiamoci del
poco, ma certo, rinunciando al molto, ma incerto. |
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87- |
“Miije sêle che male accumbagnate”. |
Meglio soli che in
cattiva compagnia. |
Questo proverbio è
quanto mai vero. Se è inequivocabile che la compagnia sia importante
per l’uomo, è altrettanto importante che la compagnia sia indovinata.
Molte volte si fanno delle cattive esperienze per cui non bisogna
farsi adescare dal primo che si presenta, ci vuole tempo e bisogna
tenere gli occhi ben aperti per raggiungere una certa sicurezza.
Altrimenti si dà credito all’altro proverbio che dice “quande ha
successe lu guaije, la case se arembiesce de cunsèije”. |
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88- |
“Morte ze Culérie ‘nze fa ‘cchiù pignate”. |
Morto zio Aurelio
non si fanno più pignatte. |
Si vede che Aurelio
doveva essere un figulino che lavorava la creta per fare cocci da
cucina. Probabilmente doveva essere l’unico che faceva questo mestiere
se alla sua morte non ci sarebbero state più pentole. Carenza di
artigiani anche a quell’epoca! Può anche significare però che non
finisce il mondo se qualcuno viene a mancare. |
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89- |
“Na
vodde chêrre lu lébbre e na vodde chêrre lu cacciatêre”. |
Una volta corre la
lepre e una volta il cacciatore. |
Per fortuna, nella
vita, non sempre vince il più forte. Arriva il momento in cui anche il
più debole avrà la sua rivalsa. E’ questo il senso profondo del
proverbio che è espressione dell’animo popolare: la lepre, dinanzi al
cacciatore è costretta a fuggire, ma può succedere che, per i motivi
più impensati, sia costretto a fuggire anche il cacciatore. |
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90- |
“’Ncarèscete ferre cà tinghe n’ache da vênne”. |
O ferro aumenta di
prezzo perchè ho un ago da vendere. |
E’ risaputo che le
nostre cose le consideriamo più importanti delle cose degli altri,
mentre se vendiamo o compriamo, il prezzo della vendita è considerato
sempre più scarso di quello dell’acquisto. E’ doveroso invece da parte
nostra, dare alle cose il loro giusto valore indipendentemente dal
fatto che siano di nostra proprietà o di proprietà degli altri.
L’egoismo non è certamente la migliore dote dell’uomo. |
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91- |
“’Ncumbagnèije piijò la
mêije pére lu frate”. |
In compagnia prese
la moglie anche il frate. |
Quando si è insieme
si è capaci di fare qualunque cosa, anche ciò che da soli non si
sarebbe mai fatto. Questo significa che l’emulazione, in bene o in
male, è contagiosa. Perciò bisogna essere guardinghi per evitare, sia
la troppa confidenza, sia l’uso esagerato degli eccitanti. |
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92- |
“Ne
sà ‘cchié lu patète che lu sapéte”. |
Conosce più i
problemi colui che li ha sofferti che non colui che li ha solo
conosciuti. |
Chi ha esperienza
diretta di una situazione che ha sofferto, certamente ne sa di più di
colui che l’ha semplicemente conosciuta. La pratica, come sempre, val
più della teoria. |
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93- |
“Nen
fà coma lu funare che ‘mmèce de ijè anninze hardà arréte”. |
Non fare come il
funaio che, invece di andare avanti torna indietro. |
Il mestiere di
fabbricante di funi era un altro tipico mestiere paesano. Nel mozzo di
una ruota si inseriva la canapa che si intrecciava man mano che la
ruota veniva girata da un operaio. Un altro operaio, camminando
all’indietro, e servendosi di un arnese adeguato, stringeva e
compattava le corde facendone una fune. Il proverbio veniva usato
quando si constatava che qualcuno, invece di fare progressi in una
attività qualsiasi, andava indietro, un pò come il gambero. |
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94- |
“Nen
hésce nu spose sénza lète, nen hésce nu morte sénza rète”. |
Non
esce uno sposo senza una lite, non esce un morto senza una risata |
Spesso succede che, in occasione di un matrimonio, si accenda una lite
che può derivare anche da qualche spartizione ritenuta ingiusta. Così
pure può succedere che, per qualche motivo che può venire anche
all'improvviso, si rida in occasione di un funerale. La morale del
proverbio è che, sia nei momenti lieti che nei momenti tristi, può
insorgere comicità come pure tristezza. |
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95- |
“N‘ghe
cent'anne de speziarèije, ‘ndi ‘mbarate
a légge manghe na ricétte”. |
Con cento anni di spezieria
non hai imparato a leggere neanche una ricetta. |
La
speziarèije era
l'attuale farmacia e il farmacista si chiamava lu speziàle. Ad
aiutare il farmacista c'erano dei giovani i quali, però, non avevano
alcun titolo. Si usava questo detto quando qualcuno mostrava di non
sapere certe cose che invece avrebbe dovuto conoscere o per esperienza
personale o per ragioni particolari. |
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96- |
“’Nze pò avé la scarpa hênte e la ‘ssêgna sane”. |
Non si può avere la
scarpa unta e la sugna intera. |
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97- |
“’Nze pò tenê lu varèle piene e la mêije ‘mbrijìche”. |
Non si può avere il
barile pieno e la moglie ubriaca. |
I due proverbi
trascritti sono simili, dicono cioè la stessa cosa. Non si può fare
uso di una cosa senza che essa si consumi. Il primo proverbio si
riferisce ad uno stato di povertà che imperava nel passato: le scarpe
invernali si ungevano con il grasso animale per renderle impermeabili
all’umidità dell’acqua e della neve. Il secondo proverbio è meno
reale, anche se preciso nel suo significato. |
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98- |
“Nu
pare de rêcchie ‘bbùne sì quanta lêngue stracche”. |
Un paio di orecchie
buone sai quante lingue stanca.
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C’è chi ama parlare
ed allora per non contristarlo bisogna dargli la sensazione che lo si
ascolti con interesse. Ma è altrettanto vero che c’è chi fa orecchio
da mercante ed allora fa intendere che presta attenzione vivissima a
chi lo ammonisce o lo riprende per comportamenti non sempre corretti,
ma in realtà non ne tiene conto. |
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99- |
“Nu
patre pò campà cénte fèije, cénte fèije nen pò campà nu patre”. |
Un
padre può sostentare cento figli, cento figli non riescono a
sostentare un padre. |
Più
che un proverbio possiamo dire che si tratta di una amara
constatazione. Dipenderà forse dall'attaccamento che il padre ha verso
i figli e dal disinteresse che i figli nutrono verso il padre? |
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100- |
“O
cotte o créte lu foche l’ha vedéte”. |
O cotto o crudo il
fuoco però l’ha visto. |
Non sempre le cose
riescono come si vorrebbe con esattezza. Si vorrebbe che tutto
funzionasse alla perfezione, ma ciò non sempre è possibile ed allora
qualche volta bisogna accontentarsi delle buone intenzioni. |
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101- |
“Ognéne sà hêsse ‘Ddèije sà tétte”. |
Ognuno conosce le
proprie cose, Dio sa tutto. |
E’ un altro
proverbio intraducibile che si rovina rendendolo in italiano. Nel
dialetto vi si nota una sfumatura che sfugge nella traduzione in
lingua. Resta comunque vero che Dio è al di sopra di tutto e di tutti. |
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102- |
“Passe l’angele e dece ammén”. |
Passi l’angelo e
dica: così sia. |
Questa espressione
si usa quando si augura un buon successo a chi si trova in qualche
seria difficoltà. E’ allora che ci si augura che passi l’angelo e
faccia realizzare quanto auspicato. |
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103- |
“Pè
lu campe mètta mètte, pè la strate nècchia nècchie”. |
Nel
campo cerca di prendere più che puoi, per la strada (di ritorno),
però, ti accorgerai del peso. |
Una
volta la povera gente si recava nei campi per spigolare, per
racimolare e per raccogliere la legna da ardere e si cercava di
prenderne più che si poteva, però, quando si tornava a casa ci si
accorgeva della fatica. |
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104- |
“Peccate e ‘ddìbbete chije le fa le paghe”. |
Peccati e debiti chi
li fa li paga. |
Ognuno di noi ha le
sue pendenze che possono essere di carattere materiale o spirituale e
ciascuno le deve soddisfare. Se sono materiali, come i debiti, devono
essere pagati; se sono invece spirituali, come i peccati, devono
essere perdonati e scontati. Si tratta di cose che non sono delegabili
perchè strettamente personali. |
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105- |
“Povere ‘lla case dova ‘nge và nisciéne”. |
Povera quella casa
dove non va nessuno. |
la casa che non è
frequentata da nessuno vuol dire che è una casa senza attrattive. E
non perchè non è abbastanza capiente, o ricca, o ben messa, ma perchè
chi vi abita non è abbastanza ospitale, o addirittura rifiuta il
contatto con gli altri. Quella casa, allora, diventa povera di calore
umano, di relazioni affettive e di quant’altro possa arricchire i
nobili sentimenti dell’animo. |
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106- |
“Povere a chije se more cà chije cambe se cunzòle”. |
Povero chi muore
perchè chi vive si consola. |
E’ una triste realtà
che però è alla base della sopravvivenza umana. La morte è una perdita
e un dolore per tutti però il tempo lentamente cancella la memoria e
la vita riprende inesorabilmente. Se non fosse così, la vita si
fermerebbe e noi staremmo sempre a piangere. |
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107- |
“Pridde, mammène e pulle nen é maije satùlle”. |
Preti, levatrici e
polli non sono mai sazi. |
Che i polli siano
ingordi è risaputo, li vediamo sempre intenti a spiluccare per terra,
non si vede però, perchè siano stati associati a loro preti e
levatrici. Forse, nel passato, avranno fatto registrare anch’essi
alcuni stimoli che hanno attestato una loro particolare voracità. |
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108- |
“Quande ‘cchiù pénne ‘cchiù rénne”. |
Quanto più pende
tanto più rende. |
Anche in questo
proverbio c’è un significato recondito che va al di là della
traduzione. Per me potrebbe essere enunciato così: quanto più è
ingarbugliata la situazione, tanto più riescono a trarne benefici, sia
l’intrallazzatore che il furbo. |
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109- |
“Quande de core nen me vé, n’accedénte a chije me le fa fà”. |
Quando non mi viene
dal cuore, un accidenti a chi me lo fa fare. |
Quando i nostri
impegni li assolviamo volentieri tutto procede a meraviglia, quando
invece c’è l’imposizione di mezzo, allora il nostro comportamento
cambia fino al punto di imprecare contro chi ce l’impone. Le cose
fatte per costrizione non sono mai piacevoli. |
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110- |
“Quande
la hatte ‘nne arrève a lu larde, dèce ca è ràngeche”. |
Quando il gatto non arriva al lardo dice che è rancido. |
E'
un pò come l'uva acerba della volpe. Quando una persona non può
raggiungere uno scopo, non sempre è disposta ad ammetterlo ed allora
prende una scusa per non fare brutta figura. |
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111- |
“Quande lu diavele te accarêzze, vò l’alme”. |
Quando il diavolo ti
accarezza vuole l’anima. |
Guardati da chi ti
lusinga! Se qualcuno ti fa molte moine e molti elogi, devi dubitare
perché, sicuramente, si ripromette di avere qualcosa da te. Gli
adulatori sono una brutta razza: sono pronti a rimangiarsi quello che
hanno esternato, se non riescono a raggiungere lo scopo che si erano
prefisso. |
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112- |
“Quande ‘nge sta la gatte, li sérge abballe”. |
Quando non c’è il
gatto, i topi ballano. |
Avete mai sentito il
chiasso che si verifica in una classe quando esce l’insegnante? Lo
stesso avviene dovunque quando manca la sorveglianza. Tutti
approfittano per fare i propri comodi. |
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113- |
“Quande
tì mandì, ca quande nen tì se mandé da hêsse”. |
Quando hai reggi, perchè quando non hai si regge da sè. |
Questo proverbio è molto pratico ed arguto. Quando uno possiede
qualcosa cerchi di conservarla perchè, quando non si ha nulla, si
cerca invano di sopravvivere. |
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114- |
“Quêlle che nen và pè trame, và pè stêse”. |
Quello che non va
per trama, va per stesa. |
In un pezzo di
stoffa che una volta le nostre donne tessevano al telaio, la trama e
la stesa rappresentavano la parte trasversale e la parte longitudinale
della tela. Tutte e due però, facevano parte dello stesso ordito. Nel
proverbio si vuole intendere che in un affare tutto si risolve bene,
sia se si va per un verso, sia se si va per un altro verso perchè
ambedue fanno parte della stessa realtà. |
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115- |
“Quelle
che vèta vète, quelle che sinda sinde, se vu fà ’bbéne nè arecundà
maije ninde”. |
Quello che vedi vedi, quello che senti senti, se vuoi far bene non
raccontar mai niente. |
Questa è una massima molto saggia che ci evidenzia quanto fosse grande
la saggezza dei nostri antenati. Non impicciarsi nei fatti degli altri
è il segreto di vivere in pace con tutti. |
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116- |
“San
Magne ha nate prème de Crèste”. |
San Magno è nato
prima di Cristo. |
E’ evidente che qui
il Santo non c’entra per niente, c’è soltanto il riferimento al
mangiare che vuol dire: intrallazzo, bustarella. In poche parole, il
mondo è stato sempre così, è inutile che ci meravigliamo tanto e
facciamo gli scandalizzati quasi che tangentopoli fosse una scoperta
di Di Pietro; prima di Cristo c’erano gli stessi mangioni di oggi. |
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117- |
“Se
tutte li cille cuniscêsse lu rane, ‘nze magnêsse ‘cchiù lu pane”. |
Se tutti gli uccelli
conoscessero il grano, non si mangerebbe più il pane. |
Questo proverbio ci
fa fare una di quelle considerazioni che si dicono “per assurdo”. In
effetti però, è proprio vero che se tutti conoscessero il vero valore
delle cose, la loro importanza e la loro bontà, se ne servirebbero di
più e i più avveduti, o se vogliamo i più furbi, ne risentirebbero non
poco. |
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118- |
“Se
vù cambà cunténte arechiudete déntre a nu cumménte”. |
Se
vuoi vivere contento rinchiuditi dentro un convento. |
Chi
si rinchiude in un convento evita sicuramente certe occasioni, anche
se va incontro ad altre situazioni non sempre desiderabili. Il
proverbio potrebbe far pensare più ad una smobilitazione che ad un
incontro sereno con le realtà della vita. |
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119- |
“Se
vù gabbà lu vicène, addurmete tarde la sêre
e azzete préste a la matène”. |
Se
vuoi ingannare il vicino addormentati tardi la sera e alzati presto la
mattina. |
L'inganno non è un sentimento cristiano, ma si usa lo stesso anche dai
cristiani. Allora, se si vuol ingannare il vicino, il proverbio ci
suggerisce di fare in modo da non essere notato. |
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120- |
“Seconde lu suldate ije s’appénne la sciabbule”. |
Secondo il soldato
gli si appende la sciabola. |
Si dice che il passo
va fatto secondo la portata della gamba, così si possono affidare
incarichi importanti soltanto a coloro che ne hanno la capacità. Non
si può pretendere che tutti diano gli stessi risultati quando invece
mancano le attitudini richieste per portare a termine un determinato
impegno. Anche il ricco della parabola diede i talenti ai servi a
seconda della capacità di ciascuno. |
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121- |
“Sò
coma lu setacce, coma me fì t’arefacce”. |
Sono come il
setaccio, come mi fai ti rifaccio. |
Siamo in pieno
paganesimo, quando vigeva la pena del taglione: occhio per occhio
dente per dente; Cristo invece ci dice che bisogna perdonare, e ce ne
dà l’esempio. |
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122- |
“Sotte a stu ‘mbrélle, ‘nge nêngue e ‘nge piove”. |
Sotto quest’ombrello
non ci nevica e non ci piove. |
Questo proverbio
veniva accompagnato con dei gesti. Si poneva la mano sinistra rivolta
a terra e, contro di essa, si metteva un dito della mano destra, come
a formare un ombrello. Si usava quando si era ricevuto qualche torto e
si era disposti a contraccambiare. |
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123- |
“Sparagne e cumbaresce”. |
Risparmia e fa bella
figura. |
Quante volte per
fare un regalo si spendono tanti soldi temendo di non incontrare il
gradimento di chi lo riceve. Non sempre però, la qualità e la quantità
vanno d’accordo col gradimento stesso. Spesso basta saper scegliere
con semplicità per incontrare un successo insperato e, per giunta, si
risparmia. |
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124- |
“Sta
‘bbone Rocche, sta ‘bbone tutta la rocche”. |
Sta bene Rocco, sta
bene tutto il resto. |
Il proverbio è
espressione del più squisito egoismo. L’interesse personale è quello
che conta, per cui non importa quel che succede agli altri purchè stia
bene il soggetto interessato. Se sta bene lui, stanno bene tutti.
Siamo molto lontani dal “fare agli altri quello che vorresti fosse
fatto a te”. |
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125- |
“Tante
che la paijàre bruscie ascallêmece
li mane”. |
Giacchè il pagliaio brucia, riscaldiamoci le mani. |
Questo proverbio è molto sottile e ci vuol far capire che, quando
succede qualcosa di imprevedibile e di irreparabile, dobbiamo cercare
di trarne almeno il minimo vantaggio. |
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126- |
“Tê
‘nghe li trênghe, ije ‘nghe la paije, foche fì, foche facce”. |
Tu con i tronchi, io
con la paglia, fuoco fai, fuoco faccio. |
La problematica di
questo proverbio riguarda il contrasto sempre più attuale tra ricchi e
poveri. I ricchi hanno più mezzi per vivere, i poveri ne hanno meno.
Però, per gli imperscrutabili disegni della Divina Provvidenza, tutti
sopravvivono. E allora il significato del proverbio è molto semplice e
chiaro, al di là della esemplificazione del fuoco: tu con possibilità
maggiori, io con minori possibilità, continuiamo a vivere entrambi. |
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127- |
“Tère a cchije vèdde e coije a cchije nen vèdde”. |
Tira a chi vide e
colpisce chi non vide. |
A chi parla senza
troppa riflessione può capitare di rivolgersi ad una persona mentre ne
colpisce un’altra. I particolari talvolta sono talmente superficiali
da prestarsi a tali equivoci. Bisogna perciò stare attenti a ben
precisare le cose. |
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128- |
“Tê
sì hadde, ije sò ‘bbasse, tê sì fêrbe, ma ije te passe”. |
Tu sei alto io sono
basso, tu sei furbo, ma io lo sono di più. |
Non basta l’altezza
per dimostrare l’importanza degli individui. Spesso chi è basso di
statura vale di più e può essere anche più furbo di chi si ritiene
tale. Del resto, non dimentichiamo il detto latino facilmente
comprensibile “homo longus, raro sapiens”. |
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129- |
“Ucchije biijnghe e pèle rêsce, ‘nne alluggià se ‘nne chenêsce”. |
Occhi bianchi e
capelli rossi non li ospitare se non li conosci. |
Gli antichi non
vedevano con simpatia gli uomini che avevano gli occhi chiari e i
capelli rossi. Forse perchè, non avendo i normali tratti somatici
degli Italiani, potevano essere scambiati per degli stranieri nei
confronti dei quali bisognava mostrare una certa diffidenza. |
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130- |
“Ucchije che nen vète, core che nen desèdere”. |
Occhio che non vede,
cuore che non desidera. |
La cosa che non si
conosce non si brama. Come si potrebbe, infatti, desiderare ciò di cui
non si conosce l’esistenza? Ma il proverbio ha un significato più
recondito ed è questo: se non volete che altri appetiscano le vostre
cose cercate di non farle conoscere così non correte alcun rischio. |
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131- |
“Vale ‘cchié a nasce sotte a na ‘bbona hêre che essere fèije de gran
signêre”. |
Vale più nascere
sotto una buona stella che essere figlio di un gran signore. |
Sicuramente il
significato riguarda più il successo personale che non la semplice
sopravvivenza. Se è vero, infatti, che il figlio di un gran signore
non morirà mai di fame, è altrettanto vero che, per avere successo
nella vita, ci vuole qualcosa di più e di diverso. |
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132- |
“Vale ‘cchié na tumbire tra magge e abbrèle che nu carre d’ore e chije
le tère”. |
Vale più un
acquazzone tra maggio e aprile che un carro d’oro e chi lo tira. |
Per far capire
l’importanza della pioggia nei mesi di aprile e di maggio, il
proverbio usa una dicitura per lo meno esagerata. E’ certamente chiaro
che un carro d’oro e i relativi buoi che lo trainano valgono molto più
di un raccolto, anche straordinario, di qualsiasi prodotto agricolo. |
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133- |
“Vatte a ‘ngullà na rote ijù a Tapenille”. |
Vatti a mettere una
ruota sulle spalle giù da Tapenille. |
“Tapenille”, tipico
personaggio atriano dal soprannome intraducibile, costruiva carri
agricoli alla periferia della città. Lo spazio di terreno antistante
la sua bottega di artigiano era sempre piena di pezzi di legname e di
ruote già confezionate per i suddetti carri. Quando si voleva mandare
qualcuno a “quel paese” si era soliti usare il proverbio citato sopra. |
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134- |
“Vénga tarde e vénga ‘bbone”.
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Venga tardi e venga
bene. |
Quante volte siamo
ansiosi perchè le cose non si risolvono a tempo debito e ci fanno
attendere forse anche troppo. Non dimentichiamo che c’è l’altro
proverbio che dice:”la gatta furiosa fa i gattini ciechi”. Meglio
attendere un pò se quest’attesa ci porterà dei risultati più
soddisfacenti. |
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135- |
“Vète mandì sta canne, canne mandì sta vète”. |
Vite sorreggi questa
canna, canna sorreggi questa vite. |
Sappiamo per
esperienza che i poveri si aiutano tra di loro. Tra quelli che hanno
poche risorse per sopravvivere c’è maggiore solidarietà che non tra
gli abbienti. E allora, nelle necessità, meglio ricorrere all’aiuto di
chi non ha molte cose materiali, ma ha cuore largo, come la vite e la
canna che, bisognose entrambe, si aiutano a vicenda. |
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