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La
Riserva Naturale Regionale dei Calanchi di Atri è un’Oasi del
WWF Abruzzo. Si estende per 380 ettari, con un dislivello che va
dai 106 metri del fondovalle del torrente Piomba ai 468 del
Colle della Giustizia, e accoglie i "calanchi", maestose
architetture naturali tipiche del paesaggio adriatico note anche
come “bolge” o “scrimoni”.
Queste
straordinarie formazioni geologiche sono originate dall’erosione
del terreno argilloso, provocata dalle passate deforestazioni e
favorita dai continui disseccamenti e dilavamenti, che rendono
visibili numerosi fossili marini. Pur essendo presenti in molte
zone collinari abruzzesi, i calanchi solo nei dintorni di
Atri
sono così estesi e spettacolari da aver determinato
l’istituzione di una Riserva Naturale Regionale. È presente un
habitat molto vario:
rupi calanchive, fossi, laghetti, macchie boschive, campi
coltivati e rimboschimenti.
Apparentemente
brulli e inospitali, i calanchi ospitano una flora e una fauna
ricche e diversificate. Tra le specie vegetali segnaliamo il
Cappero, il Carciofo selvatico, la Ginestra odorosa, la
Tamerice, il Biancospino e, utilizzata nell’industria alimentare
fin dal 1811, la Liquirizia.
Tra
le specie animali numerosi i rapaci diurni e notturni (Gheppio,
Poiana, Sparviero,
Barbagianni, Civetta, Allocco, Gufo, Assiolo) e i mammiferi
(Tasso, Volpe, Riccio, Lepre, Donnola, Faina). L’Istrice,
simbolo dell’area protetta, è segnalato nella zona da oltre 30
anni, anche se il suo carattere fortemente elusivo e le sue
abitudini notturne rendono difficile l’avvistamento.
La
Riserva è priva di recinzioni e può essere visitata liberamente
percorrendo i sentieri segnalati, che partono dal Colle della
Giustizia, dove è presente il Centro Visite di recente
inaugurazione.
Durante
l’estate la Riserva organizza un ricco programma
escursionistico estivo su prenotazione, con visite anche
notturne in occasione della luna piena.
Monica Angelici
La pietra di San Paolo
Fede, leggenda e storia si intrecciano, fino a
confondersi, intorno a questo misterioso monolite che emerge per
circa un metro dal terreno.
La pietra è bianca, tenera, simile a una colonna
spezzata e diversa dalle altre del luogo. La leggenda vuole che
sia la stessa dove a Roma fu martirizzato San Paolo Apostolo nel
67 d.C., ma più verosimilmente si tratta dei resti di un'ara
precristiana dove viaggiatori e mercanti che percorrevano l'Ager
Adrianus (all'epoca importantissimo centro viario e
commerciale) si fermavano a riposare e a ringraziare gli Dei
sacrificando animali, come testimonia la presenza di incisure
giugulatorie atte al deflusso del sangue e del vino
purificatore.
Con l'avvento del Cristianesimo la pietra viene
dedicata a S. Paolo di Tarso e di nuovo la storia si confonde
con la tradizione e la fede. Si narra di tre tentativi di
trasferimento utilizzando sette pariglie di buoi, con la pietra
che, miracolosamente, torna da sola al suo posto.
Ma l'attribuzione taumaturgica più sentita dai
fedeli atriani è sicuramente quella curativa nei confronti delle
malformazioni ossee (in particolare del bacino) dei bambini, che
venivano portati qui in silenziosa processione. Dopo una
preghiera rituale e un lavaggio col vino i piccoli infermi
venivano rivestiti con panni puliti e tornavano, per strada
diversa, in Atri, conservando un pò di polvere della pietra e
abbandonando i vecchi vestiti.
Dagli anni '70 la pietra è circoscritta da una
cappella, che ne ha esaltato l'aspetto religioso, ma non ne ha
cancellato i mistero.
Testo:
Umberto Di Loreto - Fonti:
Antonio Assogna, Pasquale Fuschi
I laghi in argilla
E' l'acqua l'indiscussa artefice e scultrice
delle forme ardite e monumentali dei calanchi.
Nonostante il ruolo fondamentale di incessante
escavazione, essa permane pochissimo negli orridi creati, a
causa delle pendenze e dell'impermeabilità delle argille.
L'ingegno dell'uomo, stimolato dalle necessità
irrigue, ha trovato nei secoli una soluzione tanto efficace,
quanto economica e poco impattante al problema: i laghi in
argilla.
Si chiude a valle, con una diga in terra, un
calanco di piccole dimensioni e non eccessiva portata; quindi si
favorisce l'impianto, sulla parete esterna dello sbarramento, di
piante dalle radici fitte e tenaci come la canna di Plinio. A
questo punto si tappezza l'interno dell'invaso con grigie
argille pleistoceniche, quasi totalmente impermeabili, e su un
lato si apre un canale di scarico, per evitare un eccessivo
riempimento del lago.
Il risultato è che a mezza costa, su terreni
notevolmente declivi, si creano dei provvidenziali e cospicui
depositi d'acqua, in grado di irrigare per caduta, cioè senza
l'utilizzo di pompe meccaniche, i coltivi sottostanti.
Quella di costruire laghi in argilla, ovviamente
senza conoscenza alcuna di ingegneria idraulica, è una vera e
propria arte contadina che sta purtroppo scomparendo, sostituita
dalla praticità di serbatoi in cemento armato o plastica e
dall'uso di potenti pompe di sollevamento dal fondovalle.
Ultimamente i laghi presenti nella Riserva si
sono rivelati essenziali per lo spegnimento di incendi dolosi,
purtroppo sempre più frequenti.
Umberto Di Loreto
Le case in terra cruda
Le case in terra cruda o Pingiare, i cui
ruderi sono ancora visibili, rappresentano un fulgido esempio di
architettura povera, ma efficace, scaturito nel passato dalla
necessità e dalla capacità di adattamento delle genti più umili
di questo territorio.
Il materiale edile più utilizzato per secoli in
quest'area è stato l'argilla, soprattutto sotto forma di mattoni
cotti, come testimoniato dalla presenza in loco di numerose
fornaci.
L'acquisto dei mattoni non era però possibile per
tutti e il problema divenne ancora più evidente con l'arrivo nel
XV secolo di numerosi coloni cristiani provenienti dall'Albania
al seguito del Principe Scanderberg sconfitto dai turchi.
Si affermò quindi questa particolare tecnica
edilizia che prevedeva l'impasto di argilla cruda, impermeabile
e flessibile, con paglia, sassi, mattoni rotti e altro
materiale, fino a realizzare dei blocchi regolari. Con questi
veniva eretto un piccolo edificio ad un piano o due a seconda
che la stalla fosse esterna o sottostante all'abitazione. Le
travi venivano fornite dall'abbondante vegetazione e la
copertura veniva realizzata con tegole sgraziate e di basso
costo in quanto poco arcuate e sagomate: i cosiddetti pinci
o pingi da cui il nome dell'abitazione.
Oltre all'economicità queste case avevano il
vantaggio di adattarsi facilmente ai continui movimenti del
terreno (limite attuale delle costruzioni in cemento armato) ed
erano facilmente riparabili. In caso di necessità potevano poi
essere smontate e ricostruite in luogo più stabile. Facoltà di
architettura e singoli professionisti stannoa ttualmente
rivalutando e attualizzando questa tecnica edilizia.
Umberto Di Loreto |